Capitolo 1: L’inizio
-Anni fa, alla
tua età facevo parte di un regno, il più grande regno alla conoscenza dei
nostri poteri. Si chiamava Quaelia. Era ben protetto da chiunque fosse prode a
sufficienza per offrirsi volontario, ma nonostante ciò tutto il popolo,
compresa me, temeva gli uomini che avevano trasformato la magia in un potere
crudele venuto dagli inferi. Noi li chiamavamo Cavalieri senza coscienza. La
sera più fredda d’autunno, vennero nelle nostre case, sfondarono le porte
gridando, ma quel giorno non ferirono o toccarono nessuno. Si diressero dritti
al castello per parlare con la regina. La minacciarono, le hanno detto
l’avrebbero uccisa, lei insieme a tutto il suo popolo se non avesse donato a
loro tutti i figli primogeniti con poteri magici. Loro erano assetati di
potere, ma la nostra regina ci avrebbe protetto con unghie e denti, perciò il
giorno dopo radunò tutta la gente per donare tutti i poteri che avevano a
cinque piccole ragazzine con la speranza che i cavalieri non avrebbero dubitato
di loro…. E io ero tra quelle ragazzine..- Mia madre raccontava con la sua voce
vellutata e le guance rosse dal freddo. Si emozionò molto, prima di finire la
sua bellissima favola. Nostra madre era una donna bellissima, aveva i capelli
neri come la notte, gli occhi color sabbia e come me, delle labbra rosa intenso
a forma di cuore. Adoravo i suoi passi da ballerina, ogni volta che camminava,
appoggiava per prima la punta del piede e poi andava avanti mentre i suoi piedi
sprofondavano nella sabbia della spiaggia. Come sua figlia, l’unico difetto che
io vedevo in lei era l’ossessione piena di paura contro la rivelazione di
questa “leggenda” che ci narrava.
Io e mia sorella
avevamo sentito quella storia moltissime volte, ma almeno io non me ne stancavo
mai. Mia sorella alzò la voce all’improvviso e si fece sentire – Sìsì, lo
sappiamo, da là deriva la stirpe magica, e la leggenda dice che…- Lei lasciò un
attimo di sospensione, ma io la interruppi per finire la storia come nostra
mamma avrebbe davvero voluto -Dice che quando le ragazzine si sposarono, loro
persero i loro poteri e quando avranno dei figli, una forza più potente di ogni
drago crescerà dentro i loro cuori per renderli di nuovo maghi e iniziare un
nuovo regno, vero?- Io domandai, anche se ero sicurissima di ciò che avevo
detto. Mia madre arrossii, strinse le nostre mani mentre camminavamo fuori dal
portico di casa ci sorrise e ci guardò dicendo- Elisabeth, Eleonor…- disse i
nostri nomi con grande orgoglio – Io credo molto in voi, e non importa se la
leggenda non narra la verità, la vostra magia un giorno vi farà conquistare
tutto questo…- Indicò le colline per prime, poi il cielo, la terra ricoperta di
fiori e piante rare e infine il nostro petto dicendo- Il vostro cuore vi
porterà alla verità e se ciò è vero, anche tutti i poteri che io persi 8 anni
fa.
Mio padre
Giovanni era un uomo dalla pelle più scura, I capelli riccioli e color nocciola,
gli occhi profondissimi e un naso aquilino. Nonostante lo amassi quanto una
figlia può amare un padre, lui era un “comune mortale”, ciò riduceva le
possibilità che io e mia sorella Elisabeth fossimo davvero maghe non ancora
sbocciate. La nostra convinzione non ci aveva mai fatto arrendere fino ad un
giorno che ha lasciato una cicatrice nella storia della nostra vita.
L’ultimo giorno
di Luglio, Io e mia sorella ci siamo svegliate nello stesso momento, all’alba,
ci siamo guardate negli occhi come fosse uno specchio e ci siamo date le mani
pronunciando le stesse parole con un tono sottile -Buon Compleanno sorellona!-
Lì era iniziata una giornata terribile, ma stranamente mia sorella era più
affannata di me. Abbiamo sceso le scale a gambe pesanti, già sapendo cosa ci
avrebbe aspettato in cucina come ogni anno. Mio padre si è girato dai fornelli
e sforzando un finto sorriso gridò- Auguri…- Io l’ho interrotto ancora prima
che iniziasse la sua frase, non tanto per ricordargli che significato aveva
quel giorno per noi, ma semplicemente io e mia sorella avevamo bisogno di fermarci
a pensare e gli ho detto -Papà, basta. Lo sai… non c’è bisogno che te lo dica-.
Lui non si è arreso sul momento – Cara, non tutto è perduto.. vi sentite un po’
più magiche oggi?- Mia sorella sul momento è scoppiata e balbettando ha
iniziato a gridare con un tono molto più pesante del solito – Basta! Non fare
il bambino, affronta la realtà…. Come noi. È finita-. Mio padre ha trasformato
il suo finto sorriso in un vero broncio, ma ancora non ci poteva credere – Ma,
ma, magari la leggenda.. si sbagliava..- Forse in quel momento ho sbagliato a
interromperlo ma non ho avuto molto tempo per ragionarci, perciò, più
delicatamente di mia sorella affermai- La leggenda non si sbaglia. La leggenda
diceva, che raggiunti i quindici anni, se le figlie non hanno acquistato i loro
poteri, sono andati perduti per sempre. Oggi noi compiamo quindici anni, lo sai
no?-.
C’è stato un
silenzio tombale in quel momento. Non mi ero neppure seduta a tavola, dopo
quella discussione mi si era chiuso lo stomaco, ma a loro no interessava.
Perfino mia sorella aveva smesso di parlarmi quella mattina. I cani di mio zio
sembravano ignorarmi. Tutti facevano finta che non mi vedessero o sentissero. A
tavola, a pranzo, nessuno mi guardava negli occhi come se la colpa della
perdita fosse stata mia, non degli anni che passavano.
La mia pazienza è
poca, già non reggevo più la tensione, perciò ho mormorato a voce leggera con
finta spensieratezza- Bè, come Mamma diceva…- ho detto indicando la piccola
tomba che le avevamo fatto tre anni fa nel retro del giardino- Lei…Lei diceva
che secondo la leggenda non tutto era stato detto fino a mezzanotte del giorno
del compleanno perciò…- mia sorella mi ha interrotto –non è tutto perduto,
sisi, lo sappiamo… Io lo sapevo già, ciò non toglie il mio nervosismo-. Sono
rimasta perplessa, pensavo proprio che ciò che avevo detto le avrebbe lasciato
un minimo di speranza, perciò chiesi il perché, le sue precise parole sono
state- Avere un padre mortale dimezza le possibilità… anche se la magia prima
di mezzanotte finalmente venisse, potrebbe crescere solo dentro di te….. tu sei
la primogenita…-. –Perché dici questo? Sono sicura che il mondo magico
preferirebbe avere due metà maghi che un solo mago più potente, no? Dopotutto,
la nostra “specie” è a rischio- ho affermato, ma le mie parole non cambiavano
nulla. Lei era davvero preoccupata questa volta, il suo viso era pallidissimo,
aveva le labbra viola e screpolate dal freddo. Non si era più presa cura di sé
e si mangiava le unghie dalla tensione al pensiero che rimanevano solo meno di
ventiquattro ore prima della verità, proprio come diceva nostra madre.
Mi ero sentita
molto in colpa. Le mie parole avevano distrutto la più piccola briciola di
speranza. Quel pomeriggio avevo davvero pensato a cosa avrebbe fatto Mamma se
fosse stata lì quel giorno così importante. Probabilmente avrebbe detto
qualcosa sui cavalieri, su come era finito il regno dei maghi perché tutti si
erano arresi. Ma ormai non aveva più importanza dopo la sua morte. Era morta di
una malattia rara, unica, che un giorno come l’altro avrebbe potuto fermarle i
polmoni, ciò è accaduto a settembre di tre anni fa. Uno strillo improvviso mi
ha sorpresa dandomi i più grandi pensieri- È tutta colpa sua!- ha gridato mia
sorella dal salotto con la voce più stridula che mai. – Cos’è successo?- ho
gridato allo stesso volume di voce mentre lei mordeva i suoi lunghissimi
capelli ricci e sciupati. Lei mi ha guardato, uno sguardo intenso nel blu dei
suoi occhi che mi faceva passare la voglia di sapere cosa stava accadendo. Ha
iniziato a piangere ed è corsa in camera sua seguita da mio padre che cercava
di consolarla, anche lui con i lacrimoni agli occhi.
Nella mia testa
cespugliosa sapevo di non voler sapere che cosa stava accadendo, neanche se
tutto quanto era su di me. Ma dovevo, dopotutto noi eravamo tutti sulla stessa
barca. Ho salito le scale lentamente senza voglia, strisciando il gomito sul
corrimano. La più grande preoccupazione mi è venuta quando ho capito che si
trattava di qualcosa di serio, non grave, serio. L’ho capito quando ho visto
mio padre seduto sulla soglia di camera mia e mia sorella, che mi guardava
chiedendomi di aiutarlo con gli occhi. –Non dire una parola- ha affermato mio
padre –Parlaci tu- mi ha ordinato con tono pesante e veloce mentre già si
alzava e se ne andava dal corridoio. Io per cercare di calmare e chiarire la
situazione, ho chiesto –Era davvero importante per lei, non è vero? La cosa
della magia…. Ci… Ci credeva sul serio?-.
Non si è degnato
di girarsi verso di me mentre mi rispondeva con un’altra domanda -Perché? Tu
no? E tua madre e me? Ci credevamo tutti-. Ho cercato di non farmi notare
mentre spingevo lentamente la maniglia della porta e con passo felpato delle
mie calze natalizie sono entrata nella nostra camera. Le luci erano spente,
l’atmosfera tristissima. Sentivo nel sottofondo del rumore delle macchine che
passava dalla finestra, il pianto tratteggiato e pesante di Elisabeth. Ho
spezzato il silenzio accendendo una candela, poiché la luce del lampadario era
troppo forte. –Sei li?- ho mormorato lentamente per calmare il pianto da brava
sorella maggiore. Ho atteso un po’ seduta sul letto in basso del nostro letto a
castello. –No- ha risposto singhiozzando e lasciando a me la prossima frase.
-Non ti sembra di
esagerare adesso?-
-Anche tu sei
preoccupata, semplicemente tu sei perfettina. Hai paura di mostrarlo in
pubblico vero? – ha detto più convinta che mai, le parole che mi sbriciolarono
il cuore. Ho aspettato che dicesse qualcos’altro in quei pochi minuti, qualcosa
tipo delle scuse, ma niente si è fatto sentire.
-A chi ti
riferivi?- ho proseguito.
-Cosa? quando?-
-È tutta colpa
sua!- ho gridato banalmente imitando la sua voce quando lei precedentemente
disse le stesse parole.
-A… A mamma, ma
lascia che ti spieghi..- Mi ha detto chiaramente sentendosi colpevole.
-Sisi, vai pure
avanti, dai una valida ragione…-
-Bè, io ero
arrabbiata prima, mi riferivo al fatto che lei ci ha illuso dell’esistenza dei
poteri mag..-
-Tu lo sai!- Ho
esageratamente gridato, in modo da farmi sentire – Lo sai che i poteri magici
esistono, non puoi negare ciò che tu vidi con i tuoi occhi. Ricordi…. Il mago
del pozzo? Lui sollevò l’acqua usando le sue mani solamente. Il fatto che noi
non siamo maghe non ne mette in dubbio l’esistenza-.
Aveva capito le
mie sincere parole molto bene e stranamente mi ha sorriso mostrandomi i suoi
bianchissimi denti. Mia sorella aveva un grande valore per me, era la mia
compagna d’avventure, era la ragazzina più bella che io abbia mai visto con le
sue labbra a cuore che risaltavano nel suo viso pallidino. Da più giovane ero
gelosa di lei, ma mio padre mi convinse a non esserlo imitando la saggezza di
mia madre. Comunque, dopo quell’intensa conversazione ci eravamo capite, ci
siamo girate dando la schiena l’una con l’altra, quando mio padre è entrato a
spegnere la candela inginocchiandosi e dicendomi sottovoce –Brava-. –Grazie- ha
risposto mia sorella sarcasticamente. Ciò mi ha lasciato un sorrisino per
addormentarmi, ormai senza più speranza.
A tarda notte mi
son sentita scuotere la spalla da una mano piccola e morbidissima, ovviamente
quella mano apparteneva a mia sorella che sussurrando mi ha chiesto –Eleonor,
Eleonor, che ore sono?-. –Le undici, perché?- le ho chiesto con l’aria di
qualcuno che aveva dormito per ore.
-Ci ho pensato su
e… forse se la magia non viene dovremmo provare a dargli una spinta noi, no?-Io
ero perplessa alle sue parole –Ma come? Dove? Adesso?-. Mi ha preso la mano
facendomi alzare dal letto mentre puntava a una piccola porticina che avevamo
in camera nostra in caso di emergenza e mi diceva –Adesso! Possiamo andare al
molo, lì si che l’atmosfera è magica, ricordi? Lo diceva mamma!-. La sua
convinzione mi ha spinto ad andare con lei, perciò abbiamo spinto insieme la
piccola porta in uno scricchiolio e ci siamo chinate per passarci attraverso.
Fuori da casa nostra c’erano dei giardini enormi, bellissimi e fioriti, dove le
piante non morivano mai. –Lo hai detto a papà?- le ho chiesto appena finito il
mio stupore. Mentre mi stava guidando al molo, si è girata verso di me dicendo
–Ooops- e sorridendo di nuovo. Per la prima volta, non mi importava davvero, in
quel momento la mia unica priorità era provarci fino in fondo.
Era vero che il
molo aveva un’atmosfera magica, poiché le luci venivano dall’acqua e tutte le
dimostrazioni pubbliche di magia erano avvenute lì. –Posso provarci anch’io- mi
ha sussurrato mia sorella nell’orecchio, ma io ero ancora perplessa. –Posso
provarci anch’io a sollevare l’acqua- mi ha ripetuto sorridendo di nuovo. Si è
messa le mani davanti al viso e si è sforzata nell’arte della telecinesi
concentrandosi e facendo facce buffe che mi hanno stampato un sorriso sulla
faccia mentre mia sorella mi chiedeva –Hai visto? Hai visto? Si è mosso
qualcosa!-. –Un bellissimo pesce!- le ho detto per farla tornare alla realtà,
ma lei sembrava guardare altrove.
-Che stai
facendo? Cosa c’è? Hai visto qualcuno?- Le ho chiesto preoccupata del fatto che
potrebbe esser stato nostro padre.
-Non è il momento
di scherzare! Abbiamo solo mezzora prima che il tempo scada-, ha detto con tono
pesante continuando a scrutare nei dintorni dei giardini.
-A cosa ti
riferisci? Stai cercando qualcosa? Vuoi che ti aiuti?-
-Haha! Davvero
divertente… devi smetterla! Dove sei finita!?-
-Ma sono qui, non
mi vedi? Adesso sei tu a scherzare con me!-
-Oddio- Ha
gridato di terrore facendo gridare anche a me dalla paura. Il suo volto era
diventato scuro, ma lei ancora sorrideva in un modo agghiacciante, ma lei ha
continuato il suo ragionamento balbettando –Secondo te, è possibile che tu sia
diventata invisibile? Dopotutto, non è ancora mezzanotte-. –Non è poss…- non
avevo fatto in tempo a finire il mio rinnegamento per ciò che mia sorella aveva
detto, poiché guardandomi le mani, vedevo solo i fiori sotto le suole delle mie
scarpe.
Il mio stupore e
la mia curiosità erano indescrivibili, la mia testa era tempestata di domande,
come era scientificamente possibile? Il mio orgoglio era grandissimo, non
potevo credere di aver acquistato finalmente i miei poteri e non potevo
aspettare di scoprire tutti gli altri. –Ti sei incantata?- Mi ha chiesto mia
sorella ancora immersa nelle prove di telecinesi.
-Come lo sai?- le
ho chiesto come per prenderla in giro.
-Sei tornata
visibile- Mi ha risposto, anche se io ero già all’opera cercando di capire se
comunque riuscivo a spostare la materia solida e liquida. Lei sembrava scossa,
elettrizzata mentre diceva a sé stessa –Ok, sono pronta, ora tocca a me-
guardando in alto. –Con chi stai parlando?- le ho chiesto non troppo
interessata nell’argomento. Lei si è seduta sull’erba bagnata, un gesto che mi
ha fatto capire che per lei non c’era stato nessun segno. –Aspetta ancora un
po’, adesso arriverà, ne sono sicura- le ho detto sfacciatamente sperando che
accadesse davvero. Lei era stanca, fisicamente e mentalmente e forse era quello
a rallentare il processo, ma a lei non importava. Si è appoggiata ad una grande
roccia dietro di lei sdraiandosi quasi completamente.
-Hai sentito?- le
ho detto spaventata senza scherzare.
-Cosa?-
-Un forte
scricchiolio, lì dietro-
Quando ci siamo
alzate dal prato e girate, della roccia non era rimasto niente. Piccole
macerie.
-S-s-s-s sei
stata tu?- le ho chiesto –Puoi farlo di nuovo?-
Lei ha camminato
lentamente verso un bellissimo salice piangente del nostro giardino, ma io l’ho
interrotta –Non il salice! Non il salice ti prego-. Seguendo l’ordine delle mie
parole, ne ha toccato solo una foglia, la più piccola e al solo sfioro della
sua pelle, si è spezzata a metà. Non mi ha detto una parola dopo quell’azione,
ma eravamo stupite allo stesso modo. Ora avevamo un potere ciascuno e sapevamo
non sarebbe stato l’ultimo, poiché ad ogni metà mago era stato promesso un
minimo di quindici poteri ciascuno, ma a nostro svantaggio c’era il fatto che
non potevamo averne più di trenta. Quello era il limite da mago completo.
Insomma, la
serata era finita lì, avevamo finalmente ricevuto almeno uno dei nostri poteri:
invisibilità e…. “Super forza”. Ciò che avevamo visto di sicuro non era come la
telecinesi o nulla che ci saremmo mai immaginate, ma era altrettanto
affascinate e noi sapevamo che qualunque cosa sia stato, sarebbe cresciuto.
Avevamo terminato quella notte promettendoci che non avremmo detto o fatto
nulla che avrebbe potuto rendere in poteri pubblici con nessuno, nemmeno nostro
padre. I nostri poteri erano una grande responsabilità e non sapendo ancora
controllarli, sarebbe stato molto complicato nasconderli, specialmente il primo
giorno di scuola. Domani.
Capitolo 2: La prima fuga
La mattina del
giorno dopo, era il primo giorno di liceo.
A colazione, mio
padre era distrutto e sospettoso delle nostre risatine segrete, pensando alla
sera prima. Mia sorella era la più esaltata –Eleonor, oggi ho una fame! Quasi
quasi, mangio mezza scatola di
cereali- ha detto chiaramente riferendosi ai suoi poteri e ciò mi ha fatto
sputare il latte nel lavandino. Mio padre ha sorriso –Oggi vi sentite meglio a
quanto pare… mi nascondete qualcosa o sono troppo vecchio per capire la battuta?-
ha detto scherzando senza realmente dubitare di noi. Mentre aprivamo la porta
di casa per salire sul bus gli abbiamo risposto in coro –Sei vecchio papà!-
ovviamente scherzando. Finita la conversazione, Elisabeth mi ha staccato la
mano dalla porta e l’ha sbattuta prendendomi per le spalle –Inizia adesso!-. Io
ho strillato dalla paura pur rischiando di perdere il bus e farmi sentire –Sei
pazza? Vuoi dividermi in due? Non mi toccare più!-. Ovviamente nessuna delle
due si era abituata al fatto che senza saperlo o volerlo, semplicemente
toccando un’oggetto, avremmo potuto polverizzarlo. –Andiamo!- ho affermato
camminando verso il bus cercando di terminare quella strana conversazione –E
oggi, non dobbiamo stare troppo insieme, non creiamo dubbi-.
Era stata una
giornata semplice, e devo dire che io e mia sorella eravamo state brave e
attente a non toccare troppe cose o a parlare con troppa gente, specialmente
mia sorella, non tanto per i suoi poteri, ma perché lei è una cattivissima
bugiarda. Ce l’avevamo quasi fatta finche la penultima ora abbiamo avuto arte.
La nostra insegnante è particolarmente dedicata al suo aspetto fisico, ha i
capelli corti, biondi e pettinatissimi, una persona carina se non fosse per i
due strati di troppo rossetto, si chiamava Ariel. –Oggi dovrete dipingere una
costruzione, una casa, un castello, l’importante è che vi lasciate andare- ha
detto intensamente immersa a disegnare.
-Hei, senti…- ha
mormorato mia sorella appoggiando la sua mano sul mio banco.
-Non..non..
toccare, lo sai che ho paura- le ho detto io.
-Tranquilla, sono
riuscita a tenerlo sottomano, riesco a controllarlo….più o meno-
-Cosa c’è?- le ho
chiesto osservando attentamente la sua mano lì davanti a me, spaventata che le
cose avrebbero potuto cambiare.
-Non mi sento molto
bene…-
-Devi andartene!
E…e non toccare niente, vai,vai! Corri! I poteri potrebbero causare danni
quando sei troppo debole per controllarli- le ho detto sapendo che mi avrebbe
ascoltato, poiché lei era spaventata quanto me.
Non ha fatto in
tempo ad alzarsi dalla sedia, che uno dei nostri compagni, forse Brandon, che
stava consegnando il materiale per dipingere appartenente all’insegnante, gli
ha appoggiato un pennello sulla mano.
Esso, si è
spezzato verticalmente in due parti perfettamente a metà. –Come, cosa? Cos’hai
fatto? Perché l’hai rotto? Quello era di Ariel- ha affermato Brandon, più
incuriosito di nessun’altro nella classe. Forse non avevano visto. –Tutti
seduti- ha strillato l’insegnante senza degnarsi di alzare la testa dalla
scrivania. Io e mia sorella non potevamo nascondere nulla, noi eravamo due dei
sette sfortunati studenti con i banchi in prima fila. –Che succede? Non mi
piace il casino, disturba la concentrazione- ha gridato di nuovo rivolgendosi
verso Elisabeth –Qualcuno sa spiegarmi?-.
Mia sorella è
arrossita e ha cercato di spiegarle girando la testa verso di me –Bè, io…cioè,
stavo proprio dicendo al mio compagno che…lui..praticamente…-. Balbettava
quando era nervosa, è sempre stato così. –Cosa nascondi dietro la schiena con
le mani che dovresti usare per dipingere?- ha chiesto furiosamente aspettando
inutilmente la risposta di mia sorella che continuava a balbettare. –Passamelo.
Passami il pennello- le ho detto sperando nella mia impossibile ipotesi.
Mi sono sforzata
di salvare mia sorella e la sua magia. – Te ne sei andata? Hmm.. sei
invisibile! Non mi piace la tua idea- ha criticato Elisabeth ascoltandomi e
passandomi il pennello da dietro la schiena come le avevo chiesto. Al tocco del
pennello ho capito che la mia teoria era esatta, poiché il pennello è diventato
invisibile come me. Mia sorella ha mostrato le mani all’insegnante passandola
liscia, ma adesso avevamo un altro problema.
- Dov’è finita
tua sorella? Hmm, Eleonora?- ha chiesto l’insegnante continuando a rivolgersi a
mia sorella. Si è girata verso di me dicendo –È in bagno… sisi.. è in bagno-. Non ho potuto dir niente, poiché anche
se invisibile, mi potevano comunque sentire, perciò sono corsa in bagno per
tornare visibile e rendere credibile ciò che mia sorella aveva detto. Mi sono
chiusa nella cabina, ho gettato le due metà del pennello nel gabinetto e mi son
seduta sentendo i tacchi di Ariel picchiare contro il pavimento e venire verso
il bagno. –Eleonora sei lì?- ha chiamato preoccupata l’insegnante. Ho risposto
di sì ma lei non sembrava risollevata –Eleonora! Tu sai che non puoi uscire
dalla classe senza il mio permesso-. –Mi scusi… uhmm.. non mi sentivo bene- le
ho detto cercando di non finire nei guai. Lei mi ha dato dieci minuti per
finire e ritornare in classe.
Era stata davvero
una giornata stancante, ma finalmente eravamo a casa.
-Allora, come è
andato il liceo?- ha chiesto mio
padre mentre preparava tre panini, due per noi, mezzo per lui ed il resto per
Josh e Lilla, i nostri cani. Io ed Elisabeth ci siamo gurdate distogliendo lo
sguardo dalla tv e dicendo insieme –Uno schifo papà, uno schifo-.
Solo dopo ci
siamo ricordate che lui non poteva sapere che cosa ci stava succedendo, ma
fortunatamente mio padre non ha fatto domande, anzi ci ha dato consigli.
–Sapete, è sempre difficile fare amicizie, ma dovete lasciare il tempo passare…
tutto andrà bene- ha detto, credendo di sapere che cosa era successo. Mia sorella mi ha guardato cercando di non
balbettare –Sai, ci ho pensato e.. per far si che una cosa così non succeda più
dovremmo cercare di allenarci ogni tanto dopo scuola, no?-. –Non saprei,
qualcuno potrebbe vederci…è pericoloso- ho detto cercando di farla ragionare,
ma lei mi ha interrotto con una ragione migliore della mia –Tu non capisci!
Potremmo avere altri poteri! E… dobbiamo saperlo adesso oppure potrebbe
accadere quando meno ce l’aspettiamo-. Mi dispiaceva dire che dovevamo
rischiare, lei aveva ragione. Per la prima volta ero davvero felice di poter
dire che non avevo più bisogno di faticare per nulla e la mia agitazione mi ha
fatto pronunciare parole di cui più avanti mi sono pentita –Allora? Non c’è
tempo da perdere! Iniziamo subito, vieni-. Prima di uscire di nuovo di casa
dalla stessa porticina dell’ultima volta, ho voluto fermarmi a prendere un
vecchio diario di quando ero più piccola in caso avessimo sentito il bisogno di
annotare i nostri nuovi studi e le nostre nuove scoperte.
Grazie per aver letto!! non è ancora finita, vi aggiornerò presto
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